Se dovessi indicare il regista italiano più saccheggiato di sempre, non avrei dubbi. Non è Fellini, che è stato citato ma raramente copiato. È Mario Bava, e la maggior parte di chi lo ha copiato probabilmente non sapeva nemmeno di farlo.
Un regista che veniva dalla luce
Bava arriva alla regia dalla fotografia, e si vede in ogni singola inquadratura. Nei suoi film la luce non illustra la scena: la costruisce. Un corridoio diventa minaccioso perché è illuminato da un verde che in natura non esiste, non perché ci sia qualcosa dentro.
È il metodo di chi ha imparato a risolvere problemi produttivi con soluzioni ottiche. Non hai i soldi per l’effetto? Lo fai con uno specchio, un vetro dipinto, un filtro. Metà del suo repertorio nasce da vincoli di budget trasformati in scelte stilistiche — che poi è la definizione di artigianato applicata al cinema.
Ha attraversato tutti i generi, e in ognuno ha lasciato un modello
Guardate la traiettoria. Il gotico di La maschera del demonio, che nel 1960 rilancia l’horror italiano e lancia Barbara Steele. Il giallo di Sei donne per l’assassino, dove nasce praticamente tutta la grammatica del filone: l’assassino senza volto, i guanti, la messa in scena del delitto come numero visivo. La fantascienza di Terrore nello spazio. E poi Reazione a catena, che nel 1971 mette in fila una serie di omicidi in un contesto isolato e scrive senza volerlo il manuale dello slasher che l’America userà dieci anni dopo.
Quattro generi, quattro modelli. È un tasso di invenzione che pochissimi registi possono vantare, e che praticamente nessuno ha ottenuto lavorando in condizioni così precarie.
Il riconoscimento arrivato da fuori
E qui c’è la parte che fa un po’ rabbia. Bava è stato riscoperto tardi, e soprattutto all’estero: dai registi americani che lo citavano, dai critici anglosassoni che lo studiavano, dalle edizioni restaurate curate fuori dall’Italia.
In patria è rimasto a lungo un mestierante di serie B. Il che, se ci pensate, è precisamente il punto: il cinema di genere italiano è stato sottovalutato in casa propria proprio mentre veniva studiato altrove.
Non è una questione di orgoglio nazionale mal riposto. È che quando smetti di guardare una parte del tuo cinema, poi ti tocca farti spiegare da altri cosa ci avevi dentro.

