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Spielberg torna agli alieni per parlare di noi. Un film imperfetto e magistrale, che chiede l’attenzione di altri tempi.
Dimenticate gli extraterrestri: più che guardare alle stelle, Steven Spielberg guarda a noi. Gioca con la sua stessa eredità, e gli alieni sono solo il pretesto per riflettere in modo impietoso sulla nostra contemporaneità. Un’opera densa, a tratti imperfetta, eppure illuminata da quel tocco inconfondibile capace di tradurre l’indecifrabile in pura visione.
Non è cinema da consumare in fretta. È un film che merita più visioni — nel mio caso tre — e che forse richiederebbe il pubblico e l’attenzione di altri tempi. Che gli alieni siano un pretesto lo capisci fin dalla prima sequenza: il piede di un wrestler che ti sbatte in faccia, un trauma visivo che azzera ogni distanza di sicurezza e ti getta addosso, letteralmente, il mondo brutale di oggi. Poi la macchina da presa abbandona lo shock fisico e ci porta dritti al protagonista, senza preamboli né rassicuranti introduzioni.


Daniel Kellner, l’archeologo dei dati
È in questo scenario apatico che si muove Daniel Kellner (Josh O’Connor), un archeologo dei dati — o se vogliamo un novello Snowden — che ha rubato segreti alla Wardex, tentacolare organizzazione paragovernativa intrecciata con le massime sfere del potere. In fuga con la fidanzata Jane (Eve Hewson), Daniel è braccato dal capo della Wardex, Noah Scanlon (Colin Firth), e guidato da Hugo (Colman Domingo), anch’egli fuoriuscito dall’agenzia.
Le immagini rubate contengono la prima grande rivelazione: non siamo soli nell’Universo, e le creature aliene sono state torturate. Questo innesca in Jane, ex novizia, un conflitto sull’opportunità di rivelare una verità che potrebbe far vacillare la fede di parte dell’umanità, in un mondo già a un passo dal conflitto mondiale.
Da qui parte una caccia all’uomo da tipico film cospirazionista, e qui Spielberg mette da parte la verosimiglianza: gli inseguimenti scontano una certa goffaggine degli agenti. Ma non è quello il punto, perché il film guarda altrove — a contare è come la macchina da presa costruisce spazio e ritmo, inchiodandoti alla poltrona senza bisogno di spiegazioni. E infatti arriva subito una vera lezione di regia: la sequenza in cui Scanlon usa un artefatto alieno per infiltrarsi nella mente di Jane, con una tensione claustrofobica che cresce inquadratura dopo inquadratura.
Margaret, il cuore pulsante del film
Parallelamente emerge Margaret (Emily Blunt), vero cuore pulsante dell’opera. Ex meteorologa, subisce un cortocircuito interiore dopo un contatto misterioso: la visione di un cardinale rosso, animale simbolo di pura innocenza. Da quel momento parla lingue che non conosce e vede dentro le persone, costringendole a fare i conti con i propri traumi.
I due finiscono per ritrovarsi: individui comuni, persino improbabili, accomunati da un richiamo che li porta ad abbandonare le loro vite ordinarie. Sì, gli Incontri ravvicinati sono dietro l’angolo. Senza forzature romantiche, incarnano le due anime della comunicazione: lui decodifica il codice e la logica, lei canalizza l’empatia. In netta contrapposizione c’è Scanlon, uomo spezzato dal lutto, convinto che l’umanità non possa reggere il peso della verità.
“Non aver paura di ciò non che conosci”
Il finale di Disclosure Day
Il piano è rivelare tutto al mondo intero, “tutto in una volta”, e il finale negli studi televisivi è un capolavoro di sottrazione. Mentre Daniel decodifica i dati, Margaret fissa l’obiettivo della telecamera. I video scorrono in diretta su miliardi di schermi, e per un istante il mondo intero si ferma davvero. Spielberg costruisce la sequenza come una lenta apnea collettiva: niente esplosioni, niente trionfi, solo immagini e l’attesa che qualcuno, finalmente, guardi.
In Conclusione
Sì, la sceneggiatura di David Koepp è a tratti convulsa, il pedinamento sfiora il ripetitivo e le dinamiche action tradiscono una certa ingenuità. E il trailer rivela troppo: arrivi in sala già sapendo cose che avrebbero avuto tutt’altro peso scoperte al buio. Eppure questa cornice imperfetta si sgretola davanti alla potenza del messaggio e a una messa in scena che è la solita, magistrale lezione di cinema. Impossibile poi non restare incantati da John Williams, che a 94 anni firma il trentesimo film insieme a Spielberg e ti lascia senza fiato.
C’è un’utopia quasi commovente in Spielberg: l’idea che il mondo possa fermarsi e ritrovare una fiducia reciproca che sembravamo aver perduto. Perché l’empatia è un atto di coraggio, quasi una ribellione contro un mondo che ci vuole sordi e diffidenti gli uni verso gli altri: vedere davvero dentro l’altro significa non poterlo più temere. È tutto racchiuso nell’imperativo che Margaret grida in diretta a miliardi di persone: Ascoltate. Perché il Giorno della Rivelazione non coincide con l’atterraggio di un disco volante, ma con l’istante in cui ci rimettiamo nei panni dell’altro.

