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Ci sono registi che vivono di intuizioni visive, altri che creano la loro poetica tramite scrittura e sintassi, altri che prediligono stupire con grandi impalcature e meccanismi; e poi c’è JJ Abrams, soggettista anche in gamba, furbo producer che vien però da dire cento ne pensa e mezza ne azzecca.
Perché il nostro seguace del gran visir Spielberg, se deve pensarci lui a come concludere o sfruttare (narrativamente) bene quelle intuizioni, non lo fa pur di stupire. E dunque mai poteva lasciarsi sfuggire La Fine di Oak Street, idea e soggetto di David Robert Mitchell (quello del simpatico It Follow per intenderci) le cui premesse vanno a solleticare e intrigare visto che è il primo prodotto mainstream a tema dinosauri che non porta il brand Jurassic Park/World (se si esclude Godzilla dal genere).
Anni 80’, i Platt sono una classica famigliola medio-borghese con due figli residente in una villetta con giardino nella ridente Oak Street, zona benestante e tranquilla. Lui, Greg, è un uomo di mezza età che fa consegne per una pizzeria; lei, Denise, sogna di scrivere e pubblicare il primo libro. Come mantengano il tutto non ci è dato saperlo, beati loro! La vita scorre tranquilla finché strani lampi trasportano loro, villetta, automobile, giardino e intero quartiere nel Cretaceo.
Nella testa dello spettatore partono già le immagini di un survival, magari a tinte horror per la sopravvivenza, in un luogo ostile e creature che vedono nella “ridente Oak Street” un’insalatiera piena di roba da mangiare; e sarebbe piaciuto anche a noi. Al di là di quelle che potevano essere le nostre aspettative, la dimensione b-movie è senza fronzoli e gli FX funzionano anche meglio del previsto; ma purtroppo non si fa in tempo ad andare oltre il giro di boa perché il film si arena nel tentativo di accontentare tutti o non scontentare nessuno. Il problema evidente di questa produzione è il non saper bene dove andare a parare: non crea presupposti per una critica sociale, e non azzanna con l’horror per timore di far fuori potenziale pubblico (JJ sei tu?). Ciò che rimane è una girandola di situazioni dal tono mal definito che sfidano la pazienza dello spettatore, il quale si trova alle prese con personaggi involontariamente tutti detestabili fino a un epilogo che cerca goffamente e ormai fuori tempo massimo il richiamo Kinghiano.
Malgrado una buona regia e una Hathaway che fuori dal girone Nolaniano è in splendida forma, La fine di Oak Street apre una piccola e triste riflessione su come oggi non si riesca a far trovare linfa vitale al b-movie, a un cinema che sia fatto di idee prima che di grandi brand e che non necessiti di impalcature o dimensioni iperboliche.

