C’è una cosa su cui il cinema italiano non ha mai avuto complessi di inferiorità , e sono le colonne sonore. Mentre in altri reparti si inseguiva Hollywood, qui si è esportato un modello.
Nino Rota: il lirismo popolare
Rota parte dalla musica popolare — la banda, il valzer, la canzone — e la porta dentro il cinema d’autore senza mai farla sembrare citazione. Con Fellini costruisce qualcosa che non ha equivalenti: musiche che sono insieme ingenue e struggenti, che sembrano ricordi di infanzia anche quando le senti per la prima volta.
Ennio Morricone: la ricerca timbrica
Morricone porta nel cinema commerciale strumenti e soluzioni che venivano dalla sperimentazione: il fischio, l’ocarina, la voce senza parole, il rumore usato come materiale musicale. Ne abbiamo parlato in un pezzo dedicato, perché il Morricone non-western merita un capitolo a sé.
Piero Umiliani e la scuola library
C’è poi un filone meno celebrato ma enormemente influente: il jazz e la library music italiana degli anni Sessanta e Settanta. Musica scritta spesso in fretta, per film che nessuno ricorda, che è finita per diventare materiale di culto per i produttori hip hop e la scena elettronica.
È un caso curioso di riscoperta: dischi nati come sottofondo funzionale, campionati trent’anni dopo da gente che non aveva idea di quali film accompagnassero.
I Goblin e il rock progressivo
Infine i Goblin, che portano nel cinema di genere una grammatica completamente diversa: l’ostinato al posto dello sviluppo, l’elettronica al posto dell’orchestra, la musica che modifica la scena invece di commentarla.
Quattro scuole, un tratto comune
Sono approcci diversissimi, ma condividono una cosa: nessuno di questi compositori ha mai trattato la musica per film come un mestiere di serie B rispetto alla musica “vera”.
Ed è forse per questo che il resto del mondo ci ha copiati.

