Se guardate Suspiria (1977) prestando attenzione solo all’audio, vi accorgete di una cosa strana: la musica non entra nei momenti di tensione. C’è quasi sempre. Ad alto volume. Spesso sopra il dialogo.
Una scelta che in teoria è un errore
In qualsiasi manuale di missaggio, quello che fa Suspiria è sbagliato. La musica dovrebbe lasciare respiro, dovrebbe entrare e uscire, dovrebbe stare sotto le voci. Qui invece satura.
Ed è deliberato. La partitura dei Goblin non accompagna il film: lo occupa. Il risultato è che lo spettatore smette di osservare l’accademia di danza dall’esterno e ci finisce dentro.
Suono e colore lavorano insieme
La chiave è che questa scelta non è isolata. Dario Argento fa la stessa cosa con il colore: rossi e blu spinti fino all’irrealtà, che non descrivono un ambiente ma lo trasfigurano.
Suono e immagine adottano lo stesso principio — saturazione totale, rifiuto del realismo. Tolta una delle due, l’altra sembrerebbe eccessiva. Insieme costruiscono un mondo coerente in cui le regole normali non valgono, ed è precisamente quello che serve a una storia di streghe.
Da ascoltare in cuffia
Un consiglio pratico: se conoscete il film, riascoltate la colonna sonora da sola, in cuffia e ad alto volume. Sentirete cose che nel film si perdono — voci sussurrate, campanelli, respiri, strati che nel missaggio finale stanno sotto.
È una partitura che funziona su più livelli di ascolto, cosa piuttosto rara per un disco nato come commento sonoro a un film horror.

