C’è una domanda che nei forum di cinefili torna puntuale da almeno trent’anni: quanto deve Alien a un film italiano girato quattordici anni prima con quattro soldi?
Il film in questione è Terrore nello spazio, diretto da Mario Bava nel 1965 e prodotto da Fulvio Lucisano in coproduzione con la American International Pictures. Fu il primo film che Bava girò nel Teatro 5 di Cinecittà, quello che di lì a poco sarebbe diventato la seconda casa di Federico Fellini.
Un film fatto con niente
Partiamo dalle condizioni materiali, perché sono la chiave di tutto. Il budget era minimo e si vede: nebbia colorata al posto degli effetti speciali, tute in pelle nera che sembrano uscite da una sfilata, scenografie costruite con pochi elementi ripetuti e spostati.
Bava però aveva capito una cosa che il cinema di fantascienza ad alto costo ha impiegato decenni ad assimilare: nello spazio il buio vale più della tecnologia. Se non puoi mostrare, nascondi. Se non puoi costruire un pianeta, costruisci l’idea di un pianeta con due rocce, un faro e tanta foschia.
Il risultato è che il film oggi regge meglio di parecchia fantascienza degli anni Sessanta con dieci volte quel budget. Quello che invecchia male sono gli effetti che nel loro momento sembravano moderni; quello che regge è l’atmosfera.
La questione Alien
Veniamo al punto. Le somiglianze che vengono sempre citate sono tre: il pianeta ostile e nebbioso su cui l’equipaggio atterra dopo aver captato un segnale, il relitto di un’astronave aliena abbandonata, e soprattutto il gigante fossilizzato ritrovato al suo interno.
Gli autori di Alien hanno sempre negato un’influenza diretta, e la posizione non va liquidata come reticenza. La somiglianza può essere convergenza: due film che partono dagli stessi materiali — la fantascienza a fumetti, il pulp anni Cinquanta, l’immaginario del relitto spaziale — possono arrivare a immagini simili senza che uno abbia visto l’altro.
Personalmente non credo sia questa la cosa interessante. La domanda “chi ha copiato chi” è quasi sempre la meno produttiva che si possa fare a un film.
Quello che conta davvero
Resta il fatto che nel 1965, in un teatro di posa romano, con un budget da film di serie B e in poche settimane di lavorazione, qualcuno aveva già inventato quel modo di guardare lo spazio. Non lo spazio luminoso e ottimista della fantascienza americana degli anni Cinquanta, ma uno spazio gotico, umido, in cui l’ignoto non è meraviglia ma minaccia.
Quel tono lì, prima di Terrore nello spazio, al cinema non c’era. Dopo c’è stato ovunque.
Se non l’avete mai visto, recuperatelo — ma fatelo di sera, al buio, e sappiate che i primi dieci minuti chiedono un po’ di pazienza. Poi vi prende.

