C’è un modo semplice per capire quanto siano anomale le colonne sonore dei Goblin: provate a immaginare Profondo rosso con una partitura orchestrale tradizionale. Non funziona. Non è che sarebbe meno bello — proprio non funzionerebbe.
La musica che arriva prima dell’immagine
Nel cinema classico la musica segue: sottolinea un’emozione che sullo schermo c’è già . Il personaggio è triste, e gli archi confermano che è triste.
Nei film di Dario Argento musicati dai Goblin succede il contrario. Il tema entra prima, annuncia qualcosa che ancora non è successo, a volte contraddice apertamente quello che state vedendo. Una scena tranquilla con sopra quel tema smette immediatamente di essere tranquilla.
È una funzione narrativa, non decorativa. La musica non commenta la scena: la modifica.
Perché il progressive funzionava e l’orchestra no
Qui la questione diventa tecnica, e vale la pena essere precisi.
La musica sinfonica per film è costruita sullo sviluppo: un tema si presenta, si trasforma, cresce, si risolve. È una struttura che promette una conclusione, e quella promessa è rassicurante anche quando il tema è minaccioso.
I Goblin lavorano invece sull’ostinato: una figura ritmica che si ripete senza svilupparsi davvero, che aumenta di intensità ma non arriva mai da nessuna parte. È l’esatto contrario della promessa di risoluzione. È qualcosa che torna, insiste, non si scioglie.
Aggiungeteci il timbro elettronico, che nel 1975 suonava alieno e ostile, e avete costruito l’ambiente sonoro perfetto per un film in cui la minaccia non ha volto.
Colonne sonore che vivono da sole
La conseguenza è che quelle partiture si sono staccate dai film. Profondo rosso la ascoltate anche senza guardare niente, e funziona come disco.
Provate a fare lo stesso con la maggior parte delle musiche di scena e vi accorgerete della differenza: quasi tutte, senza le immagini, si afflosciano. Quelle dei Goblin no, e il motivo è proprio che non erano state scritte per accompagnare.

