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La teoria d’autore ci ha insegnato a leggere i film attraverso il regista. È una lente potentissima e ha prodotto mezzo secolo di critica interessante. Ma applicata al cinema italiano del dopoguerra, funziona male.
Chi decideva davvero
Il motivo è strutturale: in quel sistema produttivo una parte consistente delle decisioni creative passava dal produttore. Che film fare, con chi, quanto lungo, su quale filone, con quale finale. Non erano dettagli amministrativi: erano scelte che determinavano il film.
Il che rende la domanda “qual è la visione dell’autore” spesso mal posta. Non perché i registi non contassero, ma perché il quadro dentro cui lavoravano era disegnato da qualcun altro.
“I generi non esistono”
Fulvio Lucisano diceva che i generi non esistono e che l’unico giudice che gli interessava era il pubblico. È una posizione che il critico è portato a leggere come cinismo commerciale.
Io ci leggo invece la descrizione di un metodo: leggere la domanda prima di leggere il copione. Non è nobile, ma è un criterio, ed è applicato con una certa coerenza.
La domanda interessante
Quel metodo ha prodotto tantissimo materiale dimenticabile. Ha anche prodotto film che restano, e che nessun sistema più razionale avrebbe finanziato.
La domanda interessante quindi non è se fosse arte o commercio — è una dicotomia che serve a poco. È: perché lo stesso fiuto ha funzionato su Mario Bava nel 1965 e su Massimo Troisi nel 1981?
Sono due film che non hanno niente in comune. La risposta, secondo me, è che quel fiuto non riguardava il genere ma il momento: capire cosa il pubblico era pronto a ricevere, prima che il pubblico stesso lo sapesse.

