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Al centro di L’Uomo dei Sussurri, ultima fatica targata Netflix per la regia di James Ashcroft e tratto dall’omonimo romanzo del 2019 di Alex North, c’è una premessa che aveva un bel potenziale: un romanziere rimasto vedovo (Adam Scott) decide di cambiare aria e si trasferisce in una cittadina apparentemente tranquilla insieme al figlioletto. Il tutto si intreccia con la vecchia indagine del padre del protagonista, un ex poliziotto (Robert De Niro) e di una giovane detective (Michelle Monaghan) su un serial killer (Michael Keaton) che anni prima commetteva i reati con le stesse modalità.
Le premesse per un thriller avvincente e di qualità c’erano tutte (non ultimo l’ottimo cast), invece ci troviamo di fronte all’ennesimo prodotto “standard” Netflix.
È stato detto e analizzato ormai in ogni sede di come Netflix abbia appiattito il gusto e lo standard cinematografico nel modo di “fotografare” e mettere in scena i film per la piattaforma, ma la questione nel tempo si è prolungata in modo preoccupante anche nella scrittura, nelle scelte di trama e nel modo di sviluppare le dinamiche del racconto.
Un film come questo aveva il potenziale quantomeno per stare sul solco (non tanto come qualità assoluta) di un Prisoners di Denis Villeneuve o anche del più recente Weapons di Eggers, che pur muovendosi su registri particolari ha una forte anima thriller.
Ed è qui che il confronto fallisce miseramente: in quei titoli l’indagine scava nel fango dell’anima e dei traumi, mentre qui ci si ferma sempre un passo prima del baratro, anestetizzando ogni possibile tensione emotiva o visiva pur di non turbare lo spettatore medio.
Niente di tutto questo. Il film si affloscia rapidamente in modalità già viste, con una regia e una costruzione scenica senza dubbio solide, ma totalmente prive di guizzi o momenti veramente da ricordare.
Il problema non è neanche che il film sia eccessivamente noioso o realizzato male: il problema è che il film non si prende nessun rischio ed è il tipico prodotto da piattaforma, pensato appositamente per essere messo in pausa mentre si prepara il caffè, o guardato distrattamente dallo smartphone o dal tablet.
È questo il grosso problema: il film non è né bello, né brutto, né divisivo, è semplicemente piatto, senza nessun tipo di sussulto né in un verso né nell’altro.
Lo “spreco” di tutto il potenziale si estende anche al cast, che va riconosciuto è di livello quantomeno discreto. Ma nemmeno nel possibile, epico scontro tra Keaton e De Niro, né nello scialbo finale, c’è un sussulto, un momento che — come si sarebbe detto in passato “usciti dalla sala” — ti porti dietro e ricordi.
Tutto questo non c’è, e il film risulta il solito prodotto Netflix che punta, a tavolino, a costruire un film facile da seguire, da stoppare, da riprendere, senza quel minimo di complessità, elaborazione e sviluppo che richiederebbe, evitando accuratamente di correre il rischio di “sbagliare” il film.
Un’occasione sprecata.
A chi è consigliato? Se cercate un riempitivo senza pretese per una serata in cui non volete impegnare troppo la mente, L’Uomo dei Sussurri fa il suo compitino. Se invece vi aspettavate un thriller psicologico in grado di valorizzare mostri sacri come De Niro e Keaton e di regalarvi veri brividi, l’orizzonte dello streaming offre decisamente di meglio.
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