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Bryan (Austin Abrams) è un addetto al trasporto sanitario. Durante il suo turno notturno gli viene affidato un incarico di estrema urgenza: consegnare all’ospedale di Raccoon City un pacco il cui contenuto deve rimanere segreto. Il nostro malcapitato fattorino non sa che quel viaggio lo porterà ad imbattersi a notte fonda in una crisi sanitaria ben oltre la sua immaginazione.
Quando si parla di trasposizioni da videogame a cinema è lecito aspettarsi adattamenti, vista la differenza tra i due media, ma è altresì comprensibile aspettarsi fedeltà al materiale originale. Resident Evil fu un fulgido esempio di innovazione nel medium videoludico, ma nell’esperienza interattiva più che in quella narrativa, perché in quest’ultima attingeva a un immaginario horror abbastanza riconoscibile. Ed è qui che entra in gioco Zach Cregger, che decide (finalmente dopo ben otto lungometraggi) di recidere il cordone ombelicale presentando un prodotto liberamente ispirato al videogioco, ma che va ben oltre il semplice adattamento.
Il regista statunitense, venuto alla ribalta con Barbarian, ma soprattutto con il recente Weapons, fa della commistione di genere tra comedy e horror il suo tratto distintivo, ben sicuro nei tempi di ambo i generi, ma soprattutto conscio che non avrebbe trovato modo di distinguersi dalla folta concorrenza focalizzandosi su uno solo dei due. Visto il successo di pubblico, Sony comprende che l’indie-horror può commercialmente esser sfruttato ben oltre il semplice trampolino di lancio, e lascia al regista ampio margine di manovra. Cregger, dal canto suo, porta così il suo linguaggio all’interno di una struttura mainstream e di una proprietà intellettuale con un’identità narrativa già precostituita.
Tra il serio e il faceto, ma con scaltrezza, il regista costruisce un meccanismo tonale che lascia interdetti nel primo atto: pone le basi per scappatoie narrative, ma senza dimenticarsi di inserire qua e là le giuste citazioni per i nostalgici del videogame. Tutto bene quindi? Non proprio, perché Cregger riesce a non scadere mai nello stucchevole e a gestire bene i tempi dell’horror, ma sbilancia il tono in favore della commedia, trasformandola anche in un meccanismo di compensazione che gli permette di giustificare ed eludere eventuali scivoloni di scrittura.
Resident Evil segna l’ingresso del linguaggio indie-horror nel mainstream nelle sue componenti più superficiali; gli si concede il beneficio del dubbio, ma coscienti che il giochino ha bisogno di ben altra linfa per poter convincere realmente.
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