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Con Fatherland PaweΕ Pawlikowski chiude, almeno idealmente, il suo racconto dellβEuropa del Novecento iniziato con Ida e proseguito con Cold War. Una trilogia con un unico filo conduttore: storie private schiacciate dalla Storia, personaggi che cercano un posto in un continente uscito a pezzi dalla guerra.
Chi conosce Pawlikowski sa cosa aspettarsi, e qui lo ritrova tutto. CβΓ¨ il bianco e nero di Εukasz Ε»al, suo storico collaboratore. Ci sono inquadrature composte al millimetro, quasi pittoriche, con i personaggi spesso spinti ai margini. E cβΓ¨ un racconto essenziale, fatto piΓΉ di silenzi che di spiegazioni.
Estate 1949. Thomas Mann (Hanns Zischler) torna in Germania per la prima volta dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti. Lβoccasione Γ¨ il bicentenario di Goethe: lo scrittore riceverΓ il premio intitolato al poeta. Ma il paese Γ¨ diviso, e Mann decide di ritirarlo due volte: a Francoforte, nella zona americana, e a Weimar, sotto il controllo sovietico. Ad accompagnarlo in auto cβΓ¨ la figlia Erika (Sandra HΓΌller), attrice, scrittrice e antifascista instancabile. E poi cβΓ¨ Klaus (August Diehl), il figlio βmaledettoβ, anchβegli scrittore.
Fatherland non va incontro allo spettatore. Γ un film austero, a tratti glaciale, costruito piΓΉ sulle idee che sulle emozioni. Chi cerca il biopic tradizionale su Thomas Mann resterΓ spiazzato. Eppure sotto quella superficie fredda il film lavora in profonditΓ , e lo fa fin dalla prima scena. Lβapertura Γ¨ splendida: una telefonata, una voce, e in pochi minuti cβΓ¨ giΓ tutto il dolore che il resto del film cercherΓ di tenere a bada.


A sinistra, Sandra HΓΌller e Hanns Zischler in una scena di Fatherland (immagine da TMDB). A destra, PaweΕ Pawlikowski al Festival di Cannes 2026, dove ha vinto il premio per la miglior regia. Foto di Kevin Payravi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
Il cuore Γ¨ il viaggio. Γ un road movie anomalo, perchΓ© non porta verso qualcosa di nuovo ma attraversa le macerie di un paese che non esiste piΓΉ. Pawlikowski dipinge le due Germanie con pochi tratti precisi: da una parte i ricevimenti eleganti dellβOvest, dallβaltra i cori di bambini e la retorica dellβEst. In mezzo cβΓ¨ un uomo che non vuole scegliere.
Il Mann del film sembra il protagonista di un suo romanzo che si ritrova a parlare di Goethe ad un paese ridotto in cenere, e a chiedersi se la cultura sia ancora un rifugio o soltanto un alibi. Accanto a lui, Erika Γ¨ la coscienza che lo incalza. Sullo sfondo resta lβombra di Klaus, lβautore di Mephisto, il figlio che non ha retto il peso di quel cognome e la vergogna della Germania nazista.
In 82 minuti cβΓ¨ tutto: il ritratto di unβepoca, la riflessione sul ruolo dellβartista davanti alla Storia, la storia di una famiglia segnata dalla grandezza del padre e dalla tragedia del figlio. Γ una lezione di regia e di scrittura, premiata a Cannes, che fa pensare a Bergman. Splendida lβultima scena: spoglia, limpida, e per questo ancora piΓΉ toccante.
Resta un film particolare, difficile, non per tutti, e sicuramente imperfetto: a tratti il controllo formale rischia di raffreddare anche ciΓ² che vorrebbe commuovere. Ma per chi ne accetta il passo Γ¨ uno dei titoli piΓΉ intensi dellβanno.
Voto
Descrizione
Austero, a tratti glaciale, ma capace di lavorare in profonditΓ : il ritratto di un'epoca e di una famiglia segnata dalla grandezza del padre e dalla tragedia del figlio. Non perfetto, ma per chi ne accetta il passo uno dei titoli piΓΉ intensi dell'anno.Leggi anche: Gotham Awards 2026, le candidature · European Film Awards 2027, la selezione · L’estranea, la recensione
