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Dopo Air, Ben Affleck torna dietro la macchina da presa e torna al crime, il genere da cui era partito con Gone Baby Gone e The Town. Animals è su Netflix dal 9 ottobre e ci è arrivato dopo una gestazione piuttosto travagliata. Doveva essere il film che lo riportava sul set con Matt Damon, che invece è finito a girare l’Odissea di Nolan, così Affleck si è preso anche il ruolo da protagonista mentre la sceneggiatura passava per tre mani (la sua, quella di Connor O. McIntyre e quella di Billy Ray). E purtroppo si sente.
Siamo a Los Angeles, la notte di Halloween, a poche ore dal voto per il nuovo sindaco. Mark Kimball (Ben Affleck) corre da indipendente e in questa campagna ci ha messo tutti i risparmi di famiglia, mentre il matrimonio con Abigail (Kerry Washington) ormai sta in piedi solo per i fotografi. Il figlio esce per il dolcetto o scherzetto con la governante e con il bambino del fidanzato di lei, che ha addosso lo stesso costume. Ne rapiscono uno. Quello sbagliato. E la richiesta, sette milioni di dollari entro mezzanotte, arriva a un uomo che quei soldi li ha già spesi.
Affleck si ispira chiaramente ad Anatomia di un rapimento di Kurosawa, ma senza arrivare allo stesso risultato. Il dilemma morale che lì reggeva tutto il film qui viene appena sfiorato, schiacciato da un calcolo su quanto convenga mostrarsi generosi alla vigilia del voto, e il film finisce per girare a vuoto.


Affleck vorrebbe raccontare anche una città spaccata in due, con la villa dei Kimball da una parte, la famiglia della governante dall’altra e in mezzo la comunità latina di Los Angeles. Ogni discorso però viene aperto e lasciato lì. Il titolo prometteva uomini che tornano bestie quando la posta sale, e invece nessuno si sporca davvero le mani; Kimball resta a metà strada, troppo poco meschino per interessarci e troppo poco onesto per farci tifare per lui.
Di cosa parla, allora, Animals? Di un padre o di un candidato? Non credo lo sappia nemmeno il film.
Anche dietro la macchina da presa qualcosa si è perso per strada. Del nervo di The Town, di quelle rapine girate addosso ai personaggi, qui non c’è traccia. La Los Angeles notturna è pulita e anonima, il montaggio rimbalza tra telefonate e corse in auto senza che la tensione salga mai, e allo scambio del riscatto, che dovrebbe essere il momento più forte, ci si arriva sapendo già come finirà . Persino Halloween, che in un film su un politico che recita una parte poteva dire parecchio, resta un fondale.
La sceneggiatura porta addosso tutte le riscritture che ha subito. È verbosa, i personaggi spiegano invece di fare, i rapitori non hanno un vero motivo per esistere e la crisi tra Mark e Abigail si accende e si spegne quando serve alla trama.
Affleck si tiene addosso per quasi due ore la stessa faccia stanca, come se avesse paura di rendere Kimball odioso, o simpatico. Kerry Washington fa quello che può con un personaggio scritto a metà . Gillian Anderson, una professionista dei riscatti, va invece completamente fuori corda: sopra le righe, mai credibile, più vicina alla caricatura che al personaggio carismatico che il film vorrebbe. Si salva Steven Yeun, il responsabile della campagna, che in un paio di scene lascia intravedere il film più cattivo che Animals avrebbe potuto essere.
Un passo indietro, sicuramente, rispetto ad Air. E forse il punto più basso dell’Affleck regista, più giù anche di La legge della notte, che almeno ci provava.
Voto
Descrizione
Un thriller politico che svuota la premessa di Kurosawa e non decide mai di che cosa parlare. Il punto più basso dell'Affleck regista.Leggi anche: Odissea, la nostra recensione del film di Christopher Nolan · Unabomber, la recensione del film Netflix con Russell Crowe · L’uomo dei sussurri, la nostra recensione del thriller Netflix
