Ci sono temi che riconoscete dalla prima battuta. Questo lo riconoscete dalla prima nota, ed è un traguardo che nella musica per film riesce a pochissimi.
Cosa succede tecnicamente
Il tema principale di Profondo rosso (1975) funziona su un principio che è quasi l’opposto di come si scrive normalmente per il cinema: una figura ritmica breve, ripetuta, che non si sviluppa mai davvero.
Nella costruzione sinfonica hollywoodiana un tema si presenta, viene variato, cresce, e alla fine si risolve. C’è una promessa di conclusione, e quella promessa rassicura — anche quando il tema è minaccioso, la sua struttura vi sta dicendo che finirà.
Qui invece non c’è progressione armonica in senso classico. C’è un loop che si ripete e aumenta di intensità. Nessuna risoluzione promessa, nessuna via d’uscita annunciata.
Perché è la scelta giusta per questo film
La ripetizione è il messaggio. Qualcosa torna, insiste, non si scioglie. È esattamente la struttura psicologica del film: un trauma rimosso che continua a riaffiorare, un dettaglio visto e non capito che ossessiona il protagonista.
Poi c’è il timbro. L’elettronica e il rock progressivo nel 1975 suonavano ostili e moderni allo stesso tempo. Un’orchestra, per quanto dissonante, resta un suono familiare e caldo. Il sintetizzatore no: è freddo per costruzione.
L’effetto collaterale
Una conseguenza di queste scelte è che il pezzo funziona come musica autonoma. Non ha bisogno delle immagini per stare in piedi, ed è per questo che è stato campionato, remixato e suonato dal vivo per cinquant’anni.
Il che è ironico, se ci pensate: una partitura scritta per un film di genere considerato materiale minore è sopravvissuta a novantanove colonne sonore su cento uscite dallo stesso decennio.

