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Groenlandia: a seguito del distaccamento di una porzione di ghiaccio grande – si dice – come il Maryland, causato dalle perforazioni al limite del lecito della Rockwell United, il crostone si sta pericolosamente dirigendo verso l’Europa, minacciando una catastrofe di immani proporzioni.
Immerso nella sua lussureggiante magione incastonata in uno scenario bucolico senza tempo, il magnate petrolifero nonché proprietario della Rockwell United, Digger Rockwell, architetta in combutta con lo stato maggiore degli Stati Uniti un’operazione per uscirne immacolati.
L’ottavo lungometraggio del cineasta messicano farà scattare più di un campanello d’allarme al cinefilo più malizioso e scafato fin dal primo shot, lasciando intravedere l’ingranaggio su cui, a un certo punto, ruoterà per poi arrivare a contorcersi l’intera produzione. Un elemento che si rivelerà croce e delizia, compromettendo in gran parte la forza dirompente che avrebbe altrimenti consacrato la pellicola – debitrice di capisaldi come il kubrickiano “Dottor Stranamore” – al rango di instant cult.


Costellato da performance esaltanti capitanate dal mattatore Tom Cruise, si affiancano caratteristi in stato di grazia (sarebbe un delitto se il presidente Compson di John Goodman non ricevesse almeno una candidatura agli Oscar) in una gara dove ad emergere è solo il talento.
Allontanandosi stilisticamente dagli infiniti e complicatissimi piani sequenza che gli hanno valso infiniti consensi, il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (tre volte premio Oscar, due dei quali vinti grazie al regista di questa pellicola) compone, in stretta collaborazione con il sodale Iñárritu, inquadrature funzionali al racconto, accantonando per una volta un ego spesso debordante e talvolta fine a se stesso dei lavori precedenti.
L’ottavo lungometraggio di Alejandro González Iñárritu è un prodotto riuscito, seppur non privo di alcune cadute di stile e soluzioni prevedibili evidenziate fin dalla prima scena: un resoconto in chiave farsesca dell’establishment occidentale – sempre più alla deriva – che non osa però andare fino in fondo a sostegno di un racconto politicizzato, per quanto condivisibile.
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