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Kore-eda porta la fantascienza dentro la sua solita stanza di famiglia, senza un solo effetto speciale. Ma le domande che solleva le lascia quasi tutte per strada.
Due anni dopo la morte del loro figlio, i coniugi Komoto decidono di rifarsi una vita adottando un bimbo artificiale ad immagine e somiglianza del compianto Kakeru, fatto da una delle aziende leader in IA e robotica. Voluto più dalla madre che dal padre, inizialmente molto scettico, il rapporto farà scaturire dubbi e riflessioni su come considerare non solo i sentimenti, ma l’esistenza stessa di questo “replicante”.
La resa dei protagonisti è affidata a un binomio di interpreti molto convincenti, in particolare la bellissima Haruka Ayase, alla sua seconda collaborazione con Kore Eda dopo Little Sister, che dona un’elegante intensità quasi trattenuta a contraltare tematico.
Nonostante il soggetto non originale nel tema e di facile rimando spielberghiano, Kore Eda non sconfessa il suo cinema, concentrandosi pedissequo sul suo marchio di fabbrica: il rapporto psicologico e umano familiare. Né tantomeno lo tradisce, spogliandolo di qual dir si voglia spettacolarizzazione e persino di estetica, almeno in prima fase. È interessante come ogni tematica venga affrontata in sottrazione estetica, quasi rifuggendo gli stilemi marcatamente hollywoodiani del genere. La sua visione non è di un futuro scenografico in stile avveniristico, ma prossimo al presente, e si realizza con una regia scevra dell’uso di FX.
Può esser considerata vita quella di un organismo artificiale? Può essere un surrogato di una vita naturale? Può esser vero un sentimento verso un individuo artificiale? Quali sono i rischi di una tale tecnologia sulle nostre vite? Sono queste le domande che il film vuole affrontare: tematiche mai così attuali, eppure mai così fuori tempo massimo.
Il cinema intimo e familiare di Kore Eda e le peculiarità del genere sci-fi sono due anime che mal si conciliano, ponendo il regista giapponese di fronte a una difficile sintesi. Il risultato è una commistione di tematiche e riflessioni etiche che, per la maggior parte, non trovano adeguato sviluppo né conclusione, se non nelle questioni più inflazionate. Anche quando il film apre alla possibilità di un discorso più ampio sull’indipendenza dei replicanti, Kore Eda sceglie ancora una volta di non seguirne le implicazioni fantascientifiche, riportando il racconto alla dimensione individuale e familiare. Kore Eda usa la fantascienza per un discorso più semplice, quello dell’indipendenza del figlio putativo come essere vivente, tralasciando le altre derive e domande poste dal film.
Sheep in the Box è un film che manca di organicità, ed è incapace di dar soddisfazione sinestetica o cerebrale; inoltre, come se non bastasse, sfigura di fronte a chi ha trattato meglio le stesse tematiche in precedenza.
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